All you need is love - di Francesco Briganti
“ … mi sono perso. In quale punto temporale degli ultimi due anni questo sia successo, mi viene difficile, al momento, stabilirlo. Io, persona a cui la vita ha insegnato che le cose più dure sono, più ostiche si presentano, più difficili appaiono tanto più devono essere affrontate, combattute, risolte, vinte o lasciate alle spalle senza ripensamenti, rimpianti, inutili recriminazioni, non riesco più ad essere padrone di me stesso e vago sperduto da un giorno all’altro quasi non avessi una casa, non avessi un orizzonte, non avessi un futuro ...”.
Sei righe di una messaggio privato molto più lungo e molto toccante. Il racconto ed il sentire della vita di una persona racchiusa in una sorta di confidenza resa ad un amico virtuale di cui si conosce ciò che scrive e di cui si crede di potersi fidare ed al quale in attimo di bisognoso sconforto ci si affida anche solo per avere una sponda ed il ritorno di una parola cui aggrapparsi per continuare a credere che possa, che può, che deve ancora valere la pena.
Non badate al genere maschile dello scritto; preciso che il protagonista dell’invio può essere indifferentemente un uomo o una donna, un giovane anagrafico o un vecchio per fatti ed esperienze, un imprenditore, un impiegato o un operaio; non è il “chi è” o il “cosa è” il particolare più importante, ma e piuttosto, la sua condizione; quel senso di annaspamento, quell’affannoso agitarsi in acque profonde senza il conforto di una riva, lontana o vicina che sia, cui tentare almeno di avvicinarsi prima di soccombere lasciandosi andare a fondo senza più forze.
Questa società, termine generico ed impersonale a cui quasi mai si da il pieno significato di “associazione di persone” con tutte le conseguenze che questo comporta, ha preso la cattiva abitudine di scaricare i propri malesseri su cause sempre e comunque esterne da sé: la crisi economica, l’ignavia della politica, la prepotenza dei ricchi o dei potenti, il progressivo disgregarsi della sinistra, l’inefficienza dei sindacati, la protervia della destra, il protagonismo di Berlusconi, il servilismo dei suoi accoliti, l’inconsistenza e/o la disonestà dei nostri eletti e rappresentanti. Poche le voci che, caparbiamente e senza speranza alcuna, rimandano alle responsabilità soggettive ed oggettive di ciascuno dei componenti la società stessa. Il risultato finale è che nel mare magnum generale, qualcuno improvvisamente cede le armi, si arrende e lascia; qualche volta nel modo più tragico, altre semplicemente lasciandosi vivacchiare in attesa di …, ma senza sapere cosa.
Altri chiedono aiuto; o meglio tentano di aiutarsi fidando e confidando in falsi profeti, in irruenti dicitori del nuovo possibile oppure cercando quella sponda solitaria e fugace, quasi vergognandosene, di cui sopra parlavo.
E’ una grossa responsabilità quella che ci si assume, quando si decidesse di essere quella sponda; quando in qualunque modo, si intervenisse, si incidesse, si condizionasse con il proprio dire o il proprio fare la vita di qualcuno; a maggior ragione quando questo qualcuno fosse in una condizione di manifesta insofferenza, sofferenza o indigenza, psicologica o fisica o, peggio, in associazione di entrambe.
Una singola persona non può e non dovrebbe arrogarsi questo diritto, non sempre ci sono le conoscenze interpersonali, le qualità e le professionalità necessarie, le esperienze e le modalità per esserne all’altezza. Quello che diviene un dovere, però, è accettare quel ruolo di ascoltatore e di valvola senza abusarne ricambiando, in una sorta di rapporto amicale in crescita, con le proprie insofferenze, sofferenze ed indigenze che comunque e quale che sia la propria situazione, esistono per tutti ed in tutti; questo non per dare vita al “mal comune mezzo gaudio”, ma semplicemente per far capire che non si è mai soli e che una probabile riva, per quanto lontana possa sembrare, comunque esiste e si può raggiungere.
Allargando il discorso dal soggettivo e personale all’oggettivo e sociale, questo dovrebbe essere il ruolo svolto dalla politica: essere QUELLA SPONDA e QUELLA RIVA; ma essa ha rinunciato a quel ruolo per appropriarsi delle lotte contro i mulini a vento altrimenti ponendosi obiettivi da massimi sistemi allontanandosi sempre più dalle piccole cose e dalle effettive esigenze e bisogni di un popolo fatto di persone e non già di percentuali numeriche, di stati di tendenza, di variabili le più varie ed immaginabili.
Politica: traducendo dal greco antico, civiltà in cui questa parola è nata significa etica della città dove per etica si intendono comportamenti giusti e corretti e dove per città si intende quell’insieme di persone che la abitano, con le loro menti ed i loro cuori, e non quelle mura che racchiudono banche, istituzioni, strutture inanimate ed spersonalizzate.
Ho risposto?; si!, l’ho fatto!. Mi sono assunto questa responsabilità e ne vado fiero, in tutta umiltà e secondo le mie capacità. Avvertendo e comunicando la mia simile quando non uguale debolezza ed il mio bisogno di aiuto e, quindi, ricevendone anche: alla pari!.
Perché si riesce ad esser d’aiuto solo se si è disposti, riconoscendosi e guardandosi, a riceverne, altrimenti è solo inutile, sbagliata saccenza.