… DAI CAMPI E DALLE OFFICINE … - di Francesco Briganti

01.05.2014 10:04

Splende il sole nel cielo della Toscana. Splende, per quel che mi consta, in quella parte di cielo che sta sulla mia testa; nuvole bianche lunghe, sottili, filiformi, venano l’azzurro di un bianco immacolato; altre, spesse al punto da essere grigiastre al di sotto, passano lentamente dicendo al mondo che il loro andar via è foriero della bella stagione in arrivo; che il sole riscalderà l’aria al proprio avanzare e che è ora di far respirare la pelle stanca delle coperture invernali perpetrate in questa tarda, piovosa primavera.
Per quanto possa essere splendido, in questo fantastico mattino, sentirsi chiamare “nonno” da una fragolina bionda, vispa ed incontenibile come l’acqua di una cascata, alta più o meno quanto una “scardadifemmina”, faccio fatica a riconoscermi in ciò che la parola evoca: quella “senectude”, quella anzianità di corpo e di spirito tipica di chi, per età, è terzo in un campionario di tre generazioni. Sono del 952 e grazie alla madonna piangente signora Fornero dei patimenti altrui ancora mi toccano anni di impegni e di transumanze per il paese; con alterne fortune e sin dai tempi dell’università lo faccio, in modo o nell’altro, da quarantaquattro anni. Molti di questi, però, non sono certificati, neri più della pece non risultano all’Imps; altri, quelli con certificazione Enasarco non sono cumulabili con i primi e quindi l’insieme dei due insiemi separati tra loro fa di me, a detta di un funzionario apposito, un futuro destinatario di una pensione al minimo, (dipenderà dal reddito altrimenti neanche quella,ndr) e dunque un cercatore tra i residui dei mercati e nei cassonetti dei ristoranti. Quarantaquattro anni di lavoro, sia pure inframmezzati con anni di studio, sciupati ed infruttiferi, ed accorgersi che per lo stato, questo stato sei un “nulla”.
Dicevo della parola “nonno” e della sua accezione più diffusa. A sessantadue anni, io ragiono ancora come ne avessi venti o trenta e, per mia fortuna, il mio corpo ancora si sente, non sempre lo è, come se ne avesse trenta o quaranta e, perciò, il continuare a girovagare ed a svolgere quel che so fare non mi pesa più di tanto e dunque mi resta il tempo, adiopiacendo, per ovviare a quelle sottigliezze burocratiche che assimilano nelle loro casse i miei contributi affermando che tanto non bastano come numero; quello che mi rende furioso ed ostile, oltre al mio congenito anarchismo, è che questa condizione risulta essere diffusissima in questo paese il quale, ha smesso di essere “ilmiopaese” da almeno cinquant’anni; da quando, cioè, per la prima volta ho capito che la vita che i miei genitori mi raccontavano era una cosa e la realtà tutta un’altra favola.
Oggi è il primo maggio: festa dei lavoratori. Nella “ … Repubblica democratica fondata sul lavoro …” dove “… la sovranità spetta al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione …” parlare di lavoro è diventato una gag comica che si inquadra perfettamente nello spettacolo teatrale di cabaret quotidiano articolato in tutti quei quadri scenici che sono, appunto, gli articoli disattesi, traditi, ignorati e vilipesi della nostra carta dei diritti: quella che, a detta del mondo intero, è la migliore sia mai stata scritta. Peccato che lo si sia fatto per un insieme di vigliacchi debosciati, incapaci anche solo della legittima difesa, quali sono coloro che si agitano a vuoto tra Campione d’Italia e Lampedusa.
Riunioni ci saranno nelle piazze; concerti a gogò ne aranno da contraltare; bandiere le più varie caratterizzeranno le une o le altre e le une e le altr insieme, lì dove si mischia sacro e profano; paroloni e discorsoni e filosofie dei diritti la faranno da padrone ne talk show appositamente allestiti e si giungerà a stasera con l’animo un poco più leggero pensando che il “toscanaccio” di turno, presidente pro tempore grazie a quel voto unanimamente personale sancito con un “ … Letta, stai sereno …! “, sta preparando a tutti un rinnovamento tale che alla fine nemmeno sapremo chi, quando e dove siamo; o, almeno, questo è ciò che credono, ancora, quelli che aspettano il sei gennaio per i regali portati dalla befana.
Allora cosa dire di più?; a quel 47% di giovani che girano a vuoto in cerca del rispetto di un loro diritto; a quel quasi 15% di paesani che neanche lo fanno più avendo sperimentato sulla loro pelle l’inutilità della cosa; a tutti gli altri che non si muovono, per vigliaccheria, per male intesa prudenza, per ragione ragionata di una tutela dell’esistente, perché filosofi del “megliocosìchepeggio”, auguriamo tutti quanti in coro un “ BUON PRIMO MAGGIO”, ma nel farlo, fingiamo pure tutti di dimenticare che domani, il due, sarà esattamente uguale al trenta di aprile appena passato, ma, sappiatelo!,
FINGIAMO SOLTANTO!.