Highlander … - di Francesco Briganti

12.01.2014 08:47

Oggi è domenica; giorno di riposo; quando non lo fosse per esigenza di turni o comunque di impegni, lo sarebbe, a prescindere, per formazione mentale, per uso o per abitudine e, dunque, non vale la pena, neanche ne ho voglia, di rompere le scatole parlando dello squallore di questa Italia, o meglio di quell’abbrutimento, della sua società, della sua politica, della sua disastrata condizione, soggettivamente oggettivo ed oggettivamente soggettivo considerato.
Per cui, e se invece di tediarci a vicenda ci prendessimo il gusto, finalmente umano e normale, di farci semplicemente due chiacchiere due?; a me l’idea piace!, e spero, beh!, questo lo faccio ogni giorno, che la cosa non Vi disturbi.
Stanotte ho dormito. Cosa non tanto nella norma dato che da secoli, oramai, mi capita di affidarmi a Morfeo per non più di tre o quattro ore per notte. Sono uscito poco dopo le sette e, nell’aria, tutta la pace del giorno festivo, a pelle, mi ha circondato. Nessun rumore se non quello armonico di campane lontane a radunare mattinieri fedeli ad una sacralità di cui qualche volta sento il bisogno ed a cui, maldestramente, mi sottraggo non so se per presunzione di peccatore, incerto al perdono, o per cinico disincanto da favola teologica tradita. Doug e Pippo, il maremmano della vicina che ha tagliato qualche tempo fa il proprio ultimo traguardo, hanno avuto il loro pezzo di pane raffermo e poi via al mio cappuccino e cornetto consueti: qualche scambio di battute, l’immancabile sigaretta a posteriori e il lungo giro per tornare al tepore della casa ancora nel pieno del sonno senza altra scadenza che quelle circadiane.
Stanotte ho sognato. Di quando ero un bimbo e con i miei genitori, zio Peppino, la zia ed i cugini, tutti in quell’insieme che identificava una volta le famiglie, in un Giardinetta Fiat con le rifiniture in legno, andavano per picnic improvvisati a giro fuori le porte di una Napoli, caciarona, confusionaria ed incasinata già a quel tempo, ma indelebile ed indimenticabile come un tatuaggio. Erano gli anni intorno al cinquantanove, sessanta e l’autogrill sull’autostrada per Roma era considerato la meta di una gita. Allora c’era una sorta di parco giochi con giostre e “spassi” vari per i ragazzi e alle sue spalle un grande spazio erboso con dei rustici tavoli di legno dove ci si poteva soffermare per trascorrere, sotto gli alberi, una giornata diversa.
Erano i tempi di Niccolò Carosio alla radio e delle sue immaginifiche radiocronache di partite, ma lo avremmo scoperto solo molto tempo dopo, che lui rendeva interessanti anche quando, in campo, non succedeva nulla di affascinante o di rilevante. Era il tempo delle scorpacciate libere da ciliegi conquistati o da mozzarelle bufaline, più di un chilo ciascuna, comprate ai caseifici di Mondragone ed ancora calde di latte appena munto.
Era il tempo del vino rosso che i contadini del posto regalavano al papà “ingegnere dell’irrigazione”, diventato tale per pratica e non per studi, era il tempo in cui i “grandi” erano i saggi, custodi e maestri di educazione e di insegnamenti di vita e di ed i ragazzi erano il loro domani.
Che gran cosa la memoria; e che gran cosa la sua capacità di essere spunto di dolcezze o di amarezze infinite. Non c’è un perché o un quando essa decida di far fluire l’una o l’altra cosa lungo i canali del divenire quotidiano; improvvisamente un suono, un odore, un particolare qualsiasi accende un contatto e, come un fiume in piena, visi, voci, avvenimenti, sentimenti e passioni fluiscono senza controllo e senza freni di sorta verso quella stanza di ogni cervello dove l’inconscio rende reale e tangibile anche quello che non è più, ed a volte, anche quello che non è mai stato.
La memoria: l’essenza di ogni uomo nel suo essere tale, del suo essere diverso da ogni altro animale, del suo, e per questo, tendere al divino o, comunque, al trascendente quale che esso sia o vogliate, ciascuno, configurarvi soggettivamente. La memoria; ognuno di noi ha la propria, ognuno di noi è quello scrigno pieno di tradizioni, esperienze, usi e costumi che dovrebbero, per legge naturale, essere fonte di trasmissione alla e per la discendenza che ciascuno genera quand’anche non fosse genetica, ma fosse solo, di vicinanza o di contiguità la più varia e rapportata.
E’ per questo che io non capirò mai la costante della sua assenza che sembra permeare questo nostro mondo d’oggi; realtà in cui gli errori si ripetono e le storture non hanno limite; realtà in cui ogni abbrutimento, egoistico, maligno o semplicemente ignorante e cinico, viene accettato senza meraviglia e senza quell’indignazione propria dell’uomo non più bestia, cacciatrice o preda, a correre lungo sentieri di caccia a saziare una fame ferale costi quel costi; per sé o per gli altri.
Oggi è domenica; è un giorno di riposo, di tranquillità e di serenità e quand’anche non lo fosse per qualcuno, tanti, troppi o pochi che fossero, lasciarsi andare a qualche attimo di memoria, male non può fare, se non altro perché ci si rende conto di essere vivi e dunque di “essere” e quindi capaci ed allora protagonisti e perciò padroni, quando non di altro, di certo di NOI STESSI!.