In culo alla balena … sperando non si “piriti” - di Francesco Briganti

12.09.2014 07:52

Si dice sovente : “ chi non può più dare il cattivo esempio cominci a spendersi con i buoni consigli “. Se si accetta per vera questa banalità allora si deve accettare l’assioma contrario e cioè : “ CHI VERIFICA L’INUTILITA’ DEL DARE BUONI CONSIGLI COMINCI A DARE IL CATTIVO ESEMPIO ”. E’ lecito domandarsi quando è che dalla teoria si deve passare alla pratica; qual è quella sottile linea di confine al di qua della quale vige il rispetto e la sopportazione mentre al di là scatta la ribellione e la reazione; qual è il gradiente di ciascuno al passaggio di quel confine e qual è quello di un popolo, somma aleatoria dei tanti ciascuno, considerato che per tanti che siano quelli che si dicono “allo stremo” il loro confine non corrisponde mai a quello del popolo cui appartengono.

Sono un pescatore ed anni fa, in Calabria, possedevamo un motoscafo che sfruttavamo per questo scopo. Era una bella barca con un motore da 25 cv che sfrecciava sulle onde, quando al massimo della velocità, a prua sollevata lasciando una scia le cui ondulazioni lasciavano il segno sulla riva. Una mattina, poco dopo l’alba, uscimmo per le solite rilassanti ore; soffiava un vento di terra che rendeva il mare ondulato come un tetto di eternit, ma assolutamente tranquillo per un mezzo autosufficiente nella navigazione. Correndo su una linea immaginaria distante due, trecento metri dalla riva, ci spostavamo in cerca del posto dei “surici”; sono questi dei pesci dalla carne candida e delicata; abboccano solo alla lenza e non hanno prezzo per quelli che li conoscono quando fossero appena pescati. Si arrivava su di una secca, quindici venti metri di profondità, si lasciava il mezzo alla deriva, e si cominciava a pescare mentre il mare ci scarrozzava a suo piacimento. Il bottino si impinguava con una certa costanza e quindi non facemmo troppo caso al fatto che la barca si allontanava sempre più dalla costa; quando realizzammo il fatto decidemmo di tornare indietro, ma, il motore disse no e non ci fu verso di farlo ripartire.

Chi conosce il mare sa che quando le correnti ed il vento si impadroniscono di un natante diventa molto difficile ed approssimativo stabilire un eventuale approdo; a quei tempi non c’erano ancora i telefonini e, dunque, eravamo in bel casino. Altre barche cui segnalare in qualche modo la nostra difficoltà non ce n’erano in vicinanza ed il dilemma diventò se continuare a pescare in attesa che qualcuno ci desse una mano lasciando al mare il momento oppure abbandonare la barca e cercare di raggiungere a nuoto la riva sempre più lontana. Dei quattro che eravamo in combutta ognuno aveva un parere diverso o esprimeva lo stesso concetto con una diversa, ma sostanziale angolatura.
Il tempo passava e la costa, di minuto in minuto, sembrava affievolirsi all’orizzonte. C’era la barca con il suo intrinseco valore; c’era il pescato la cui frittura, sembra assurdo, ognuno rimpiangeva; c’era la bussola nuova ed il motore, quel maledetto, a cui da poco era stata cambiata l’elica; c’era l’attrezzatura di pesca e l’eco scandaglio; insomma ogni particolare sembrava troppo importante per rischiare di perderlo.

Dovete sapere che la legge del mare stabilisce che quando ci fosse un mezzo abbandonato alla deriva il primo che vi mette piede sopra ne acquista la proprietà. Questa preoccupazione era la principale evidenza su ogni altra; anche sul fatto che, in teoria, potevano passare ore se non giorni prima che qualcuno ci ritrovasse consentendoci un ritorno da sfigati, ma tranquillo e comunque soddisfatto.

“ … beh ! “ disse all’improvviso quello a cui meno importava il valore del mezzo “ … io torno a nuoto e secondo me fareste bene a seguirmi “. Qualche attimo di esitazione ed al primo tuffo ne seguirono in rapida successione altri due. Il quarto, proprietario del motoscafo ebbe soltanto qualche istante ancora di tentennamento poi, bestemmiando come il più becero dei turchi si lanciò in acqua e nuotò come un forsennato non tanto e non solo per mettersi in salvo, quanto e spora tutto per poter, giunto a riva, avvisare la guardia costiera e salvaguardare il suo bene.
Il motoscafo fu ritrovato verso sera a metà strada tra il golfo di Sant’Eufemia e l’isola di Vulcano; il lieto fine fu che dalla frittura, alla barca ed a tutti i suoi ammennicoli vari ad abbellirla ed arricchirla e nonostante il rischio corso, nulla fu perso e l’averne corso il rischio pur di non stare in una condizione peggiore s’era rivelata la cosa più giusta e migliore da fare.

Io non so se in “questopaese” soffi vento di terra o di tramontana; quello che so è che per quanto le acque sembrino calme e tranquille la corrente che le muove è quella pericolosa che spinge alla deriva; temo, che prima o poi qualcuno o molti decidano di tuffarsi perché stanchi di non essere più padroni del loro destino; quello che so, ancora, è che quando si fosse arrivati troppo lontano dalla costa il pericolo di affogare diventa maggiore ed il rischio di andare a fondo molto più probabile; n quel caso quel qualcuno potrebbe anche decidere di tirare a fondo con sé anche l’innocente che tentasse di aiutarlo.

Non è meglio controllare i motori ed eventualmente cambiarli onde evitare guai peggiori?.

Buona pesca ! .