La generazione degli sfigati … - di Francesco Briganti

12.08.2013 07:35

In una piece teatrale di V. Salemme si narrano le vicende di un giovane che al crollo del comunismo mondiale e dopo la Bolognina chiede allo stato di concedergli la pensione per invalidità intellettuale causata dal vedersi crollare addosso tutti quei principi, quegli ideali, quelle idee, che ne avevano condizionato ed indirizzato la vita. La commedia prende poi una direzione del tutto comica, ma l’assunto principale da cui nasce il tutto è questo. Il 12 novembre 1989, durante le celebrazioni del 45° anniversario della battaglia delle Lame, A. Occhetto annunciava l’agonia del partito comunista italiano. Grazie ad una riflessione ed a una progressiva abiura della classe dirigente di allora, attraverso il disorientamento della base, il tradimento progressivo dell’idea fondante, l’abbandono della lotta di classe e la finalizzazione del NULLA odierno della dirigenza politica esistente, abbiamo assistito alla sua fine con la tumulazione delle spoglie riconoscibile nell’appoggio al governo Monti e con la dispersione delle ceneri al vento della storia con il presente inciucio governativo intrattenuto con Berlusconi e la sua cricca di malfattori. Ogni considerazione e valutazione su questo percorso, già troppe se ne sono fatte, è inutile e ripetitiva. Nel 1991, anno della nascita effettiva della nuova creatura della sinistra, avevo trentasette anni; la mia vita aveva già delineato la sua traiettoria di precariato esistenziale e mi aveva, già e più volte, fatto conoscere i suoi alti ed i suoi bassi; non risparmiandomi, nel bene e nel male, gli eccessi dell’uno e dell’altro. Come me, tanti e tanti altri, storia comune, quindi, sia pure per fattori ed accadimenti diversi, a quasi tutti. Una caratteristica ulteriore unisce, oggi come allora, quelli la nascita va collocata nei primissimi anni cinquanta ed è quella delusione costante derivante dall’aver buttato via la propria esistenza. Così come nella commedia di Salemme, in tanti abbiamo, durante la nostra maturazione, creduto di poter cambiare il mondo; abbiamo creduto nella Russia paradiso in terra, nella possibilità che il credo del Cristo e della Sua chiesa, non fosse che la faccia religiosa della medaglia marxista. Abbiamo creduto nei principi dell’eguaglianza sociale, dello stato di diritto, della giustizia uguale per tutti, nel sogno di una dignità diffusa ed autosufficiente ad una vita che, nelle sue linee generali, fosse parimenti vivibile per ciascuno dei tutti. Abbiamo lottato e combattuto, nel pubblico e nel privato, rinunciando a volte alla carriera, prediligendo scelte che non erano di interesse egoistico, adottando comportamenti che, alle resa dei conti, risultarono poi, non solo inutili, ma addirittura perniciosi ed auto lesionisti. Ognuno di noi, tra quelli che oggi hanno più o meno la mia età, avrà un esempio, un ricordo, una partecipazione ad una di queste occasioni rinunciate, ad una scelta, nell’ottica odierna, sbagliata, ad una adesione che lo ha segnato e che ne ha condizionato la vita. Alla luce di una riflessione sincera con me stesso, il ricordo affettuoso ed amato di quel Enrico, morto su di un palco, considerato come il profeta della rivoluzione sociale e della rivincita dei deboli contro lo strapotere del capitalismo, oggi non mi basta più. Non è più sufficiente a rendermi grazia del fatto che i miei figli non trovino lavoro, del disinteresse che, dal più piccolo al più grande, permea gli uni nei confronti degli altri, del disfacimento etico e morale di una classe politica la cui unica scusante è quella di riverberare la popolazione che l’ha eletta. Non basta più l’illusione che quell’Enrico sia vittima postuma di un tradimento perpetrato dai suoi eredi; non è, non può e non deve essere, l’alibi a che ci si continui a lasciarsi vivere in uno stagno le cui acque più che essere putride e puzzolenti sono diventate asfittiche e micidiali. Noi tutti che abbiamo all’incirca sessant’anni, a prescindere dalla nostra posizione sociale, a prescindere dalle rispettive condizioni economiche e finanziarie, a prescindere da quella soddisfazione di facciata di cui diamo mostra, siamo in realtà dei falliti e lo siamo perché avevamo avuto per destino la possibilità di generare un mondo nuovo ed abbiamo, invece, lasciato che la peggiore delle malattie, L’IGNAVIA, uccidesse il nostro ruolo trasformandoci in quella melma di cui oggi tutti si lamentano. Oggi, io compio sessantuno anni, se anni ed anni fa qualcuno mi avesse predetto tutto questo gli avrei riso in faccia, adesso non so se ridere o piangere, ma … DI ME STESSO!.