La vita è bella … - di Francesco Briganti
Oggi è per noi un giorno di festa: celebriamo il trentaquattresimo anno di matrimonio, ma sono quarantaquattro anni e quattro mesi che sono felicemente, tutto sommato, legato alla stessa donna. Era la notte del capodanno del 1970, io diciottenne ragazzone di quasi due metri, lei ragazzina sedicenne, alta poco più di Brunetta, capelli lunghi e con una minigonna come allora andava più effige di una copertura che copertura vera e propria, quando ci siamo detti quel sì che ancora oggi resiste nonostante guerre vinte e perse, nonpostante montagne scalate e vinte insieme, nonostante disperanti dicese in valli scure e profonde da cui è stato difficile uscire. Ma siamo qui, 27 aprile 2014 a ricordare una cerimonia celebrata nella chiesa di San Francesco a Fiesole ed un pranzo di nozze al Vecchio Barile ristorante delle Cascine in quel di Firenze.
Eravano in quarantasette; Quattro genitori, una nonna, quella Eleonora senese da cui la stirpe, noblesse oblige (sic!) dei Briganti ha avuto origine, sei zii divisi equamente per famiglie, quattro tra fratelli e sorelle di entrambi ed il resto colleghi di università: trentadue figlidi trentadue con i quali avevamo diviso i più belli tra gli anni che due giovani possano immaginare, quelli universitari dell’intero decennio settanta. Il matrimonio fu una decisione improvvisa, Lei ancora da laureare ed io già rinunciatario e lavoratore in Calabria; una sua improvvisa indisposizione e la decisione presa di comune accordo alla fine di un febbraio che ci vedeva lontani; ci sposammo due mesi più tardi, senza fasti, attorniati dagli amici e dai parenti più cari e certi che la nostra vita sarebbe stata quella che ci eravamo immaginati. Pioveva quel giorno, una sola macchina a trasportare gli sposi ed altre cinque persone dalla chiesa al ritorante ed il resto degli ospiti a precipitarsi al ristorante chi in bici, chi in tassì chi in pulmann. Quando si dice che un viaggio inizia all’insegna dichiarata dell’avventura per l’avventura!.
Ed è stata un avventura!. Dalla sua Laurea alla quale io non ero presente per ragioni di lavoro in poi, abbiamo affrontato insieme la qualunque. Abbiamo conosciuto lo sfarzo ed il lusso e i disagi della condizione contraria ed avversa; non ci eravamo mai esaltati prima, non ci siamo mai abbattuti dopo ed anche quando la nostra casa, prima centro di ritrovo per decine di amici e parenti risuonò vuota per la loro improvvisa scomparsa, nulla ci ha fatto tremare i polsi e sempre abbiamo avuto la forza di ricominciare.
Tre figli vivi, due richiamati alla base prima di vedere la luce; due collane di perle, Monica e Martina, ed tra loro “unfigliodicomesuopadre” che porta il nome del nonno: Luigi. Tutti e tre orgoglio paterno e materno, la prima biologa, il secondo prossimo professore e già giornalista, la terza diplomando al liceo linguistico e prossima universitaria. A quarantaquattro anni di distanza, pur avendo avuto una vita del tutto dofferente da quella che avevamo programmato e sognato in mille e mille romanzi di fantascienza reciprocamente raccontati, entrambi, Rachele e Francesco, possiamo dire comunque di non aver fallito per quanto su questo possa dire la politica, la società, Equitalia e quella mens pupuli che fa dell’apparire la sostanza dell’esistenza e non guarda al valore dei risultati.
Siamo stati genitori che hanno trasmesso ai propri figli i giusti valori della dignità e dell’onore; quella dignità e quell’onore che guardano al sé nel rispetto per gli altri; che rendono il cammino più difficile perché non facile al compromesso ed alla rinuncia di un principio pur di arrivare ad uno scopo; che fanno dell’autocoscienza e della riflessione le qualità propedeutiche l’azione; che rendono un uomo, machio o gfemmina che sia, libero nel suo andare e non schiavo di quegli orpelli, specchietto per le allodole, sottostando ai quali è più facile una carriera, è più semplice un traguardo, è più furbo un risultato. Combattono e combatteranno anche loro: nulla più di quanto sin qui dato abbiamo potuto assicurare loro e, per quanto noi si possa augurar loro una vita più semplice e tranquilla, già sarebbe un ottimo risultato ne avessero una che fosse felice e senza rimpianti come la nostra.
Dunque un giorno di festa; un giorno di celebrazione, forse non a caso di poco successivo a quello della liberazione, giacchè anche noi possiamo considerarci partigiani combattenti, sempre ed entrambi fedeli a quegli ideali che ci hanno visti presenti ai cortei di lotta continua, servizio d’ordine nelle manifestazioni studentesche, comunisti convinti ed assertori decisi di uno stato servitore e non padrone della vita di ogni singolo cittadino.
Quarantaquattro anni assieme con l’aspettativa, presuntuosa ma fiduciosa, di almeno altrettanti ancora da celebrare in attesa che a quella Matilde figlia di Monica e Francesco si aggiungano altri nipoti e quel Francesco Briganti di Luigi che perpetuerà la tradizione familiare essendo il quinto dal padre di mio padre in poi.
Oggi è un giorno di festa per la mia famiglia, non me ne vorranno coloro ai quali di questo non importa nulla, lo capisco, ma renderne le ragioni e farne pubblico sapere rende a noi più facile il continuare il quotidiano e le lotte e le battaglie relative; è egoistico, lo so, ma ci dona anche la possibilità di restituire quegli auguri che riceviamo nell’affermare : “ … siate tutti felici e sereni perché ciò che avete avuto, avete ed avrete sarà comunque un risultato positivo, basta volersi bene e poter dire : “ … comunque sia, io!, ce l’ho messa tutta!””.
Buona domenica!.