… penso, dunque sono … - di Francesco Briganti
Ho iniziato a scrivere molti anni fa. L’ho fatto come una sorta di liberazione e di sfogo per un cervello troppo arzigoloso e, spesso, assillato dai troppi pensieri: alcuni specchio del quotidiano, altri frutto di una immaginazione e di una sensibilità troppo accese.
Ho cercato, nel tempo, di razionalizzare ed affinare quello che era un bisogno egoistico di espressione per rendere a me stesso un mondo virtuale differente da quel mondo nel quale mi imbattevo ogni giorno e che non mi piaceva. Ho scritto racconti parlando di me, delle cose e delle vicende che mi stavano intorno ed a cui avevo partecipato; alcune le ho rese in terza persona, altre le ho infiorettate o lasciandole all’intuizione dell’eventuale lettore. Eventuale sì!, giacché, la gran parte non ha mai visto l’alba di una diffusione. Poi, una persona a me cara, mi ha convinto a scrivere in pubblico, cosa che ho fatto aprendo a più riprese una pagina su questo social network. Ho aperto, ho chiuso e riaperto una mia pagina face book, imparando via via che occorre stare attenti, che è facile lasciarsi andare a lusinghe e a situazioni poco chiare, che si corre il rischio di disporre di un’arma pericolosa: la credulità, la buona fede di chi è dall’altra parte di un display.
Mai e poi mai avrei pensato, quando ho cominciato, che la cosa potesse essere oggetto di interesse per qualcuno: mi sbagliavo!. Molti hanno apprezzato sia ciò di cui parlavo o raccontavo e sia il modo con il quale lo facevo ed è per questo che ho iniziato a scrivere di politica, di socialità, di realtà quotidiana ponendomi come obiettivo quello di poter rendere utile quella mia egoistica necessità.
Per un impulsivo egocentrico leone quale io sono è stata dura non approfittare del seguito, a volte anche imponente, che mostrava di leggere i miei scritti. L’indole di ognuno, io credo, ma di certo la mia, spinge ad ergersi a protagonista, a suggeritore, a magister e non è facile evitare di accontentarla; per cui ho ancora una volta cambiato il perché del mio scrivere cercando di mettere, sempre e comunque, in evidenza ed al primo posto quella che è l’unica ricchezza che ciascuno di noi ha e che nessuno potrà mai portarci via senza una passiva acquiescenza: la capacità di pensiero, quella di critica, quella dell’auto determinazione derivante dal cosciente susseguirsi del binomio perenne causa > effetto: dunque, nulla dovrebbe essere accettato come vero se non dopo una propria, personale, ragionata analisi.
Certo, ho mostrato a volte di esser tifoso e/o contario di qualcuno o qualcosa, ma credo, lo spero, di averlo fatto sempre argomentando e offrendo spunti di pensiero e di analisi di modo che ciascuno potesse convenirvi o opporre le proprie contro deduzioni e valutazioni; ho sempre cercato di invitare i “timidi delle proprie capacità” ad avere una maggiore fiducia in sé stessi, ad esporsi, a non temere il giudizio altrui ed anzi ad avere la fierezza del proprio essere e del proprio pensare sino a prova contraria.
E’ per questo che mi stupisco sempre, che mi sento addirittura violentato nell’intimo, degradato nel profondo quando mi imbatto in qualcuno che non risponde a domande precise, che non vuole, artatamente, o non sa e quasi sempre per propria pigrizia e non per incapacità, opporre concetto a concetto, analisi ad analisi, deduzione a deduzione, sintesi a sintesi, conclusione a conclusione e si limita perciò a farti piovere addosso slogan insulsi, tutti e a prescindere dall’origine, senza senso, senza costrutto, senza soluzioni o, peggio, offese meschine ed insulti che, dopo aver lasciato il tempo che trovano, rendono più ragione e natura di chi le fa piuttosto che di chi le riceve.
Il cervello, la capacità di pensare sono quelle caratteristiche che elevano l’uomo al di sopra del resto del regno animale; il pathos, il cuore, l’anima che l’uomo possiede ne fanno l’apice della catena degli esseri viventi; ogni massificazione, ogni rinuncia a ciascuna di queste caratteristiche è un passo in avanti verso il baratro e verso il degrado; che sia esso morale, etico, sociale, politico o religioso non fa differenza giacché “l’io” dovrebbe e può essere protagonista, ma soltanto se riesce a farlo nel contesto più ampio del confronto, della partecipazione, della discussione, della considerazione, della interazione “del e con l’altro”.
Chiunque, quale che sia la sua parte o il suo colore, volesse convincervi di qualcosa di diverso, forse sarà anche in buona fede, ma di certo non vi porterà lontano.
Non dovete credermi a priori, dovete pensarci su e poi, se ancora lo riterrete, accetterò senza discutere il vostro :
VAFFANCULO!.