Rosico … - di Francesco Briganti

25.01.2014 08:37

Si gela!, fa un freddo cane e l’umido attanaglia le ossa eppure c’è chi dorme avvoltolato in un cartone; negli anfratti di una stazione, all’ingresso di una metropolitana, accanto ad un bidone nel quale il fuoco s’è oramai arreso già da qualche ora, derelitte e abbandonate dal mondo, anime in pena aspettano …
In questo paese ognuno aspetta qualcosa.
L’Italia conta all’incirca sessanta milioni di abitanti; di questi il novanta per cento non appartiene a quella classe agiata che detiene il 45 percento delle ricchezze nazionali. Quella classe agiata, ieri come oggi, ha fatto i soldi in maniera più o meno lecita, con un gradiente di onestà che va dallo zero assoluto, leggi la signora padrone di mille e rotti appartamenti e simili rari compagni allo scempio, ad un valore non superiore a cinquanta in quanto è provato che onestamente e correttamente i soldi non si fanno ed anzi, scappano come inseguiti dai lupi. Nessuno si ritenga offeso, neanche quelli che in tutta una vita di lavoro hanno accumulato beni tra immobili e mobili perché quand’anche essi avessero fatto correttamente ed intelligentemente il loro dovere se avessero percepito prebende dieci, cento, mille volte superiori ai loro sottoposti, sarebbero comunque complici di un furto e di una appropriazione indebita: leggi o non leggi vigenti che lo permettano. Viceversa sarebbe se costoro vivessero in una società di diritto in cui la dignità della vita fosse garantita, almeno ad un minimo, uguale per tutti. Così non è mai stato, tanto meno oggi, e, dunque, chi profitta ed approfitta è complice se non per altro, di sicuro, per tacita acquiescenza. Sono i nababbi del “faso tutto mi” e del “io sono io e voi non siete un cazzo!”.
Restano circa cinquantacinque milioni di compaesani. Di questi all’incirca il dieci percento fino a qualche tempo fa, diciamo gli ultimi cinque sei anni, si adagiava in una vita tranquilla e fatta da una routine quotidiana permeata dal lavoro, dalle cene al ristorante, dal palco a teatro o dalla prima visione a scadenze ricorrenti, dai figli da far studiare e indirizzare ad futuro, magari dall’amante da coccolare, dalla doppia e tripla casa, al mare ed in montagna. Questi Italiani vivevano una esistenza felice del tutto ignari e disinteressati dalla politica, dalla socialità altrui, dalle condizioni generali ecologiche economiche e finanziarie di quel mondo che era al di fuori del loro intorno più prossimo. La classe dell’alta burocrazia, la medio alta imprenditoria, la classe politica, i loro sodali e affiliati, gli intrallazzatori, la criminalità in guanti bianchi, i corrotti e i furbi intelligenti. Questi ultimi almeno fino a quando qualche intelligente, non necessariamente furbo, non gli dimostrava che l’intelligenza vale più della furbizia: il nano ha ben presente questa esperienza.
Della rimanente parte degli Italiani, i più cercavano di passare ad una delle categorie superiori sperando che con il lavoro, la propria professione, il proprio impegno si potesse emergere dalla sufficienza di una vita comunque vissuta senza troppi patemi e con un andazzo più o meno accettabile. Nelle fabbriche, nelle miniere, nei campi, nel casalingo, nelle imprese di medio e piccolo cabotaggio, nella ordinarietà di un mestiere o di una professione, ognuna e tutte, più o meno frequentate con dedizione e soddisfazione ognuno tirava la sera propedeutica alla mattina successiva in un susseguirsi di normali vicissitudini e fatti contingenti. I meno, in numero ed in valore, ecometisbagli, ieri sopravvivendo al limite di una condizione appena dignitosa, ma raramente estrema e debilitante, rarissimamente disperante e ciò nonostante, addirittura ed a volte frutto di una scelta consapevole e non costretta.
Oggi, i più temono di andare ad infoltire la categoria dei meno mentre la gran parte di loro di quella categoria fa già parte e non se ne è ancora resa conto, mentre i meno sono costretti, vergognosi e rassegnati, alla mensa della Caritas o in cerca tra i rifiuti di un ristorante e/o tra i resti di un mercato rionale, e infoltiscono le fila di chi spera, oramai e solo, in un intervento umanitario della Croce Rossa o di Emergency.
Numeri, percentuali e concetti, forse, non esatti in valore assoluto, ma di certo esplicativi nella sostanza e difficilmente contestabili di fronte alla voglia di vedere e non solo di guardare.
Dunque dicevamo che gli Italiani aspettano; aspettano un dio miracoloso o almeno un messia redentore; si affidano a profeti del niente se non del “… solo se comando io” lasciando che tutto rotoli verso quella fine annunciata e masochisticamente attesa anch’essa come traguardo finale da cui, forse, rinascere.
Nel frattempo io rosico perché non capisco; il palazzo d’inverno e lì ben visibile; la Bastiglia e Versailles sono a portata di mano, ma, essendo troppi e in disaccordo, i Robespierre, i Lenin, gli Stalin ed i Marat e addirittura essendo essi, molto spesso, associati in cacofoniche alleanze, gli Zar ed i re assolutisti di queste situazioni non salgono sulla ghigliottina né vengono fucilati, ma continuano a prosperare.
Ed allora, aspettiamo!. Buon sabato!.