… sciopero … - di Francesco Briganti

26.06.2015 10:08

Ogni persona che abbia frequentato la scuola avendone quel timore reverenziale derivante dalla convinzione di star facendo qualcosa di importante, avrà fresca nella propria memoria quella nostalgia tranquilla che permette di ripensare ai propri maestri, con un che di sentimentale e di trascendente. Maestri, non professori od insegnanti; maestri di comportamento, maestri di pensiero, maestri di evoluzione; mastri nel mestiere più difficile: quello della vita.

La prima figura che mi viene in mente è una suora: Claudia era il suo nome nell’ordine a cui parteneva. Materna manesca fino quasi alle sevizie guidò la nostra fanciullezza raddrizzando, correggendo e guidando quelli che erano scugnizzi del dopo guerra completamente permeati dallo spirito di libertà e di avventura che uno scampato pericolo lasciava respirare in ogni famiglia di allora.

Poi ci fu la professoressa Cardinale, del M.Melloni di Portici. Mitica insegnante di italiano ci spingeva a leggere di ogni cosa; esortava a soddisfare con ogni mezzo possibile ogni curiosità quale che fosse il campo cui apparteneva; ci iniziò ad una sana competizione nel chiedere ad ognuno di noi il massimo impegno nello studio. “ … Sappiate …” diceva “che il giorno in cui dovessero privarvi della conoscenza, sarà quello il momento in cui non avrete più un futuro … “.

Ci trasferimmo in Calabria, arrivavo dopo un primo trimestre di liceo con una media spaventosa; il passaggio dalle medie alla scuola superiore, mi aveva come frastornato ed i risultati scolastici ne rispecchiavano il momento. Al F.Fiorentino di Lamezia non avrebbero voluto accettare quel discente che si palesava più come un somaro invasore che come un cavallo di razza. Quel possibile rifiuto sferzò il mio orgoglio; la memoria degli schiaffi di suor Claudia e le parole della Cardinale fecero sì, che una volta accettato, io trasformassi una media infame in un trionfo di valutazioni eccellenti. Solo la Ripepi, caustica negazionista dei miracoli, preferì verificare a settembre la mia preparazione, la costrinsi a dichiararsi sconfitta con un sette in matematica a cui giunsi più per testardaggine che per amore verso una materia da lì in poi sempre più ostica.

Incontrai quell’anno la professoressa Marchesi; alta, bionda, formosa aveva un marito capitano di lungo corso sempre assente e per questo ci dedicava tutto il tempo che le era possibile. Ci trasmise l’amore per il latino e ci aiutò a sviluppare quel quanto di intuizione necessaria a tradurre in italiano corrente le costruzioni impossibili dei Marone, dei Catilina, dei Cesare, di quel “ de bello gallico” o di quel “ de rerum natura” di cui ancora conservo memoria.

E poi la Gonzales di scienze, il Porchia di lingue; il Palazzo di matematica che minacciava sempre un voto basso con quella sua mano monca di due dita che era il terrore di ognuno dopo ogni interrogazione. Ed il professore Crapis che con quel suo occhio di vetro, tolto dall’orbita più come gioco a incutere timore che per effettiva necessità igienica a pulirlo, si spacciava come inflessibile ex fascista con sempre sotto il braccio l’ultima copia del “Borghese”; ne ebbi un ceffone sonoro quella volta che mi scoprì a suggerire la traduzione di un passo di Corneille. Ricordo ancora quel altro che ricevetti da mio padre, quando rancoroso, con lui mi lamentavo del fatto. “ … così impari a rispettare un professore … “ mi disse, ed io imparai che un professore va rispettato sempre e comunque, quale che fosse ed a prescindere.

E poi la Purri eclettica e fantascientifica insegnante di disegno; Leone professore di storia e filosofia che eliminava costantemente dal proprio programma tutti i possibili riferimenti al fascismo inviso come il peggiore dei mali possibili; ed infine il preside Rubino; austero e sempre serio, figura quasi mitologica, era l’icona dell’autorità costituita ed il bersaglio ultimo di quegli anni agitati e ribollenti che videro, dal sessantotto in poi, la nascita di una generazione per i versi più vari essere quella più fallimentare possibile nella costruzione di un mondo migliore.

Quella scuola, di cui io e milioni di altri siamo stati protagonisti, comparse, registi e pubblico, è andata scomparendo negli anni; la figura del “ maitre a penser”, fatte salve le innumerevoli e pur pochissime eccezioni, è stata sostituita con l’andare del tempo da personaggi per lo più frustrati dall’incalzare violento e mortificante di una considerazione al proprio compito sempre più svilita e meno apprezzata, raggiungendo cime di assoluto menefreghismo e disincantato “laissez faire”. L’ultima maramalda coltellata alle spalle ieri con la fiducia sulla “buona scuola”!.

Chi è causa del suo mal pianga sé stesso scrivevo solo pochi giorni fa; ebbene se ogni membro del corpo docente italiano non si batterà fino alla morte per salvaguardare ogni propria dignità professionale e personale, la colpa di cui si sarà macchiato non sarà solo quella di vedere uccisa la cultura italiana, sarà sopra tutto quella di aver contribuito ad uccidere quella memoria nostalgica dei vecchi mastri di vita che …

ancora oggi fa di tantissimi di noi degli uomini possibili.