Servi d’Italia … (Mameli) - di Francesco Briganti

11.07.2013 12:42

Qualche tempo fa mi capitò di avere una discussione con una persona supponente; una di quelle aduse a vedere le pagliuzze negli occhi degli altri senza mai accorgersi di quelle, quando non fossero addirittura travi, che offuscano la propria vista. Fu quasi una lite nel senso che, non ho un carattere facile nemmeno io, ben presto i toni si alzarono di pari passo allo scendere di livello, fino a che, ed in modo del tutto gratuito, non mi capitò di affermare : “ … del resto, servi si nasce …!”. Non ho mai chiesto scusa per quella frase, non che non la meritasse, ma non avrei dovuto pronunciarla e questo perché cozza contro l’avere rispetto per chiunque. Faccio ammenda adesso!. La parola “servo” ed i suoi derivati: servile, servitù, asservito, ecc. ecc. , identifica chi vive in stato di dipendenza o di soggezione nei confronti di altri; usata per lo più in modo dispregiativo (Sabatini Colleti dizionario; ndr). Nell’accezione comune identifica quelle persone che non hanno diritti, che hanno le mansioni più degradanti e che non hanno possibilità di affrancarsi per propria volontà; è al pari o poco più della condizione di schiavo. La letteratura italiana, forse per una sorta di contra passo dantesco, identifica, qualche volta, nei servi la furbizia e l’intelligenza (arlecchino servo di due padroni, chichibio e la gru; ndr) di contraltare alla stupidità del padrone, ma in realtà tale condizione è una delle più abbrutenti la dignità dell’uomo. Al servo si comanda senza alcun riguardo, lo si ritiene sempre disponibile, se ne dispone in ragione della propria disposizione arrivandone a decidere della vita e della morte: il servo E’ UN NESSUNO!. Nessuno, io credo, vorrebbe essere un servo. Eppure, c’è chi questa condizione se la sceglie, c’è chi di questa condizione ne fa una professione, chi di questo d’essere campa e prospera meglio di tanti altri che si nobilitano cercando una propria via all’essere quotidiano. In tutte le categorie lavorativi ne troviamo esempi; nelle corsie di ospedale quei medici scendiletto al primario; negli uffici quei funzionari spie dei loro colleghi; nelle imprese quelli che hanno un “si signore” come unica risposta possibile quale che sia la situazione o il momento; nelle strade e sotto un lampione; nelle cene eleganti a carattere burlesque; negli eserciti, nella scuola, nei tribunali e così via. In politica poi, l’esser servi di qualcuno è sinonimo di carriera assicurata, di benessere economico, di presenzialismo e di funzione catalizzatrice di altri predisposti a diventarlo. In politica un servo al grado più specializzato è più realista del re; è capace di affermare nella stessa discussione due verità assolutamente contrastanti tra loro; giustifica e spiega in maniera quasi evangelica comportamenti assurdi che un minimo di raziocinio farebbe deprecare in assoluto; arriva a paradossi estremi pur di elevare infime azioni; nega l’evidenza con una tale convinzione che le menti meno allenate ne vengono condizionate senza possibilità di scampo. Il servo, in politica, più è servo tanto più ascenderà a posizioni di rilievo. In questo paese più è importante la carica occupata tanti di più sono i fili che muovono l’incaricato e fatte le dovute eccezioni per meriti evidenti o per quelle menti a cui è stato impossibile bloccare il cammino, non vi è alcuno che non debba, in un rapporto di dipendenza acclarata o nascosta, qualcosa a qualcun altro. In questi giorni assistiamo ad una gazzarra diffusa dei servi per scelta: è una corsa a chi è più servo dell’altro e, nel perdurare dell’inciucio auto referente per legittima difesa, anche chi era contro si asserva alla ragione della propria sopravvivenza. Un’onda anomala in questo oceano di letame rischia di batterci tutti nella fogna più schifosa della dittatura sempre meno sommersa e sempre più palese: quando gli angeli scioperano in paradiso se il dio democrazia non è ancora morto, MORIBONDO LO E’ di SICURO!.