… soul’ s acts … - di Francesco Briganti

29.12.2014 14:51

La sala è calda, lunga, accogliente. Le finestre sul giardino la illuminano agiorno nonostante un cielo plumbeo e ingrigito; “ … non fa che il suo … “ penso distogliendone lo sguardo nell’avviarmi verso il camino che dal fondo del locale diffonde calore come un alto forno: ceppi d’olivo sfrigolano e scoppiettano rendendo allegria e buon umore esattamente come un carezza amorevole, un gesto d’affetto, una parola gentile in un momento un po’ così. Le donne, mogli, figlie, nipoti sfaccendano ai fornelli per questo lasso di tempo dimentiche di carriere e preoccupazioni; noi, i maschi, svagati nel tentativo frustrato di renderci utili in quel baillame festaiolo di una ritrovata spensieratezza di un tempo.

“ … ti ricordi ….” Lancia qualcuno nel vociare generale e subito s’apre il portone della memoria riportando alla luce episodi, avventure, scherzi e patemi dei tempi dell’università, dei primi anni di matrimonio o di quando, ancor prima, ci si riuniva per lo struscio sul corso ad inseguire, speranzosi e timidi, questa o quella signorinella in mini gonna “ quant istica” madre di tutti i sogni e di tutte le più spregevoli invenzioni nate dalla fantasia di quelli che allora erano adolescenti tuttoormone e nessuna esperienza.

Gli odori ed i rumori sono quelli di ogni casa; sia essa bella o brutta, grande o piccinina, felice o, quale che sia la causa, o un po’ meno, l’atmosfera respirata è comunque improntata al attimo che fugge a vivere il momento per quello che è e rappresenta; si lasciano dietro le spalle dello ieri tutte quelle ambasce che si spera di non ritrovare tra qualche giorno, quando, passata l’eccitazione del periodo, si tornerà alla routine del giorno dopo giorno, alle solite promesse recitate in televisione, alle ragioni di quegli contro quegli altri, alle contraddizioni ed a quelle verità, ognuna delle quali sempre flessibile e mutevole in funzione del protagonista a raccontarla.

Si apparecchia la tavola. Il cesto del pane casareccio cotto a legna profuma di suo come mai nessun pane di supermercato potrà mai sognare per non parlare del sapore, inimitabile e non descrivibile se invitando a immaginare un uomo o una donna che, candidi di farina, lo massaggiano, gli danno una forma, lo infornano e ne curano una cottura specchio di una tradizione e di un piacere del fare totalmente alieno all’interesse del guadagno e di quel denaro che pure servirà per acquistarlo; il pane di Capizzaglie!, fonte esso stesso di memorie ataviche che si raccordano ai momenti dell’infanzia, alla mano di una mamma che te ne porge una fetta, a quel padre, ladruncolo e scherzoso, che te lo strappa di mano millantando un tassa genitoriale e che sorridendoti felice recita versi estemporanei e sfottenti a significare il piacere di cui ti sta privando; memorie futuristiche che ti assalgono quando sognavi di fare la stessa cosa con i tuoi figli sperando che un giorno loro stessi ti imitassero con i propri. Memorie che si cibano e si perpetuano ovunque ci sia un fornaio per il quale il proprio fare non sia solo una cinica fonte di reddito.

E, poi, la famiglia, quale che sia ed ovunque sia, con il suo calore e colore, con i suoi difetti e le sue virtù, le sue tradizioni e le sue estemporaneità, il suo essere comunque ed a prescindere un nido, una casa, un posto cui ritornare ogni volta e sempre, non fosse altro che con un pensiero, un attimo di emozione, un filo di malinconia.

“ … a Tavola … a Tavola … “

E ti siedi con gli altri e tra gli altri; e non importa cosa mangi, cosa bevi; quand’anche non ci fosse nulla saresti sazio lo stesso, avresti cibato la tua anima con gli occhi e le orecchie, ti saresti nutrito della vicinanza e delle parole di tutti e di ognuno giacché quel che conta non è il cosa riempirà il tuo stomaco, ma il farlo sapendo che il companatico, unico ed incommensurabile, è quell’amore tangibile e sostanziale che farà da fil rouge ad ogni forchettata portata alla bocca.

Nella speranza che questo sia per tutti ed ognuno …. .