… zombies … - di Francesco Briganti

07.06.2015 08:34

Ieri, mi capita sempre più spesso, sono stato fortemente tentato di chiudere questa pagina facebook. Così come ho smesso di scrivere su quella del “Pueblo Unido”, per lo stesso identico motivo, volevo chiudere, o, comunque, smettere di pubblicare anche su questa. Io, però, che sono caratterialmente un solitario, ho bisogno, come chiunque altro credo, di dimostrare, ogni tanto e sopra tutto a me stesso, di esistere e, dunque, sono di conseguenza anche un po’ narcisista ed in quanto tale necessito di uno specchio nel quale rimirarmi; quindi ho superato il momento di nausea e, fatto il pari e dispari, non ne ho fatto nulla.

Qualcuno, di tanto in tanto, credendo in questo modo di causarmi disagio, mi accusa proprio di questo; afferma che io scrivo per riceverne complimenti, che cerco il plauso per egoisticamente gioirne, mi espongo in una vetrina mediatica per far vedere quanto sia bravo (SIC! Fosse questa la valentia di un uomo) quale parolaio capace di assemblare in un italiano, più o meno corretto, le infinite parole del nostro vocabolario. Chi si spende a leggere quanto io posto, brutta terminologia, ma questo è facebook, sa che non ho mai nascosto che sì, per me lo scrivere è una espressione egoistica di soddisfazione personale; è una valvola di sfogo alla mia personale pressione cerebrale; è un grido di disperazione figlio del disgusto per un mondo, sociale, politico e fattivo, del quale, ad ogni giorno che passa, mi frega sempre di meno.

Quindi, quel qualcuno abbia conferma che io gli do in parte ragione; ma, e non si offendano coloro i quali si spendono in questo, dei complimenti e parimenti delle critiche, quelle sciape, quelle offensive, quelle stupide ed inutili, non me ne potrebbe interessare meno. Non me faccio vanto e non me ne faccio un carico negativo; sono entrambe l’aspetto conseguente e logico ad una esposizione, quale che fosse ed in maggior modo in questa vetrina che ha un solo merito, eccezionale di per sé, quello di dare voce ed esistenza reale, a chiunque abbia il coraggio di provarci. A chi, invece, mi chiede ancora anche se raramente, il perché non ci sia una mia foto sulla copertina rispondo che mi piace sentirmi come una radio che si sceglie e che si legge, piuttosto che una televisione o un tabloid, quindi con immagini a distrarre, di cui non c’è, in effetti, alcuna necessità.

L’altro motivo saliente per cui posto (risic!) su questo social era, ERA, funzione del fatto che mi illudevo di poter contribuire, nel mio piccolissimo anfratto, ad una autocoscienza altrui a che ciascuno si rendesse conto di quanto grande fosse la capacità intellettiva di ognuno; la innata capacità di analisi, critica, deduzione ed azione che tutti abbiamo; la forza, smaccatamente ridicolizzata in miliardi di rivoli, che avrebbe un insieme se riuscisse a rapportarsi con il mondo esterno come tale. Il verificare, quotidianamente, quanto questo sia inutile ed illusorio, ha tolto definitivamente, almeno a me, anche questa speranza.

Ab iniuria verbis, ma, leggendo certi commenti, determinate esternazioni, alcuni infelici pappagallismi di altri rassegnati al ruolo di gregari nel rinunciare alla propria primogenitura, anche solo chi fosse profondamente distratto, dovrebbe accorgersi della inutilità di ognuna di esse e, sia chiaro, ivi comprendendo le mie. Chi fosse anche un po’ psicologo leggerebbe immediatamente le frustrazioni, le invidie, le bassezze morali, ma anche le speranze, le illusioni, le fantasticherie di ognuno di noi; inquadrerebbe caratteri, situazioni, innocenze ed ingenuità, sottigliezze e doppi scopi; riuscirebbe a cernere il grano dall’oglio; saprebbe, con un minimo di accortezza, di chi potersi fidare e chi evitare come la peste in una situazione virtuale che, in quanto tale, favorisce, coltiva e spande, in progressione geometrica, la possibilità del falso, dell’inganno e del ridicolo come contraltare, invece, alle migliori delle ipotesi.

Ieri scrivevo di catene da rompere. Facebook è anch’esso una catena; diventa una dipendenza di cui si fatica fare a meno; è il surrogato virtuale ai rapporti interpersonali che sempre più contano poco e che si diradano quasi fossero fonte di contagio ad un malessere generale ostacolando così ed invece il loro essere terapeutici di una situazione sociale ed economica sempre più in degrado. La difesa di ogni meschino, piccolo o grande che fosse, soggettivo orticello spinge tutti ed ognuno alla comunione mediatica, alla condivisione più smaccata di ogni affermazione a sembrare intelligente e salvifica, alla partecipazione più nutrita ad ogni iniziativa che anche solo sembri indirizzata sul proprio obiettivo, ma tutto ed ogni cosa purché ci si fermi un attimo prima del materiale rischio di ognuno.

Facebook, twitter, istagram e forse l’intera rete internet possono, per tutto questo, considerarsi l’espressione massima della democrazia nel senso più alto del termine, ma, anche e parimenti, il succo del papavero ad anestetizzare i corpi, a scemare le pressioni, a mortificare azioni e reazioni soddisfatte tutte ed ognuna dalla esternazione pubblica, pubblicata e condivisa.

Io lo so, voi lo sapete, tutti lo sappiamo ed è per questo che ognuno di noi, ciascuno con la propria personale sfaccettatura, esiste su questo social e, dunque, piaccia o meno …

io non faccio eccezione!.